Meloni lo startupper
La sortita della Premier all'Assemblea 2026 di Confindustria mostra tutte le crepe di quattro anni di Governo. Per sua fortuna l'opposizione non ne approfitta, neanche stavolta.
C’è un momento preciso, nella vita di ogni leader politico arrivato al Governo, in cui la narrazione delle promesse deve cedere il passo alla realtà dei fatti.
Giorgia Meloni sul palco dell’Assemblea di Confindustria, com’è andata?
A quattro anni dall’insediamento a Palazzo Chigi, la Presidente del Consiglio ha parlato agli industriali italiani non come il capo del Governo, che traccia un bilancio e corregge la rotta, ma come una leader d’opposizione che ha appena iniziato la sua campagna elettorale.
Quello che doveva essere il discorso della maturità governativa si è trasformato nell’ennesimo manifesto del vorrei ma non posso, condito da una gestualità e da un linguaggio non verbale insolitamente opachi, specchio di una fase politica in cui le crepe iniziano a farsi visibili, nonostante la fortuna di un’opposizione che continua a non approfittarne.
Il cantiere comune
Il primo elemento di questo paradosso emerso dal palco riguarda la burocrazia. Meloni ha lanciato una proposta ufficiale:
«Aprire un cantiere comune per scrivere insieme una riforma radicale della burocrazia in Italia».
L’annuncio ha strappato l’applauso della platea, ma a uno sguardo più attento rivela tutta la sua fragilità strutturale.
Avrebbe avuto perfettamente senso se pronunciata durante i primi cento giorni di Governo, come segnale di rottura e di ascolto dei corpi intermedi. Pronunciata oggi, a quattro anni dall’inizio del mandato, suona quasi come un’ammissione di colpa.
Chiedere oggi alle imprese di “sedersi a un tavolo per iniziare a scrivere” la madre di tutte le riforme significa ammettere che in questi anni si è navigato a vista, lasciando intatto quel mostro amministrativo che paralizza gli investimenti.
Non è un Piano industriale; è il rinvio del Piano industriale.
Politica estera è politica interna
Non è andata meglio sul fronte geopolitico. Rivendicando la bontà dei suoi incessanti viaggi istituzionali, Meloni ha teorizzato che, per questo esecutivo,
“la politica estera è a tutti gli effetti politica interna”,
perché serve ad aprire mercati all’export. Una visione puramente commerciale che, però, cozza brutalmente con i nodi strategici irrisolti, a partire da quelli energetici.
La Premier ha evitato con cura di menzionare il convitato di pietra delle nostre attuali difficoltà: Donald Trump. Se l’Italia e l’Europa si trovano oggi a gestire una transizione energetica monca e costi di approvvigionamento insostenibili, le radici affondano anche nelle scelte unilaterali dell’amministrazione Trump a partire dalla guerra all’Iran.
Di fronte a queste dinamiche macroscopiche di politica estera – che incidono pesantemente sulla “politica interna” e sui bilanci delle aziende in platea – la postura di Meloni è stata di totale passività e subalternità geopolitica.
Belle speranze
Lo stesso sapore di retorica elettorale si avverte sul tema dei giovani e del capitale umano. Sentir parlare dell’
“urgenza di creare le condizioni economiche affinché i giovani non siano costretti a fuggire all’estero”
da chi siede nella stanza dei bottoni da quasi un lustro fa sorgere una domanda spontanea: se non le ha create Governo in quattro anni di stabilità politica quasi inedita per la storia repubblicana, chi avrebbe dovuto farlo? Anche qui, la Premier parla come se fosse una spettatrice esterna al processo decisionale.
Il Salto della Fede
Il cuore politico del discorso, tuttavia, si è consumato sulla ripartizione delle responsabilità.
«Siate coraggiosi e io farò lo stesso»,
ha scandito Meloni rivolgendosi alla platea di industriali. Una frase ad effetto, che sembra uscita dalla sceneggiatura di un film. Il problema è che l’economia reale non si lancia nel vuoto sperando in un mucchio di fieno che attutisca la caduta.
In un sistema economico maturo, spetta all’esecutivo indicare la via strategica, definire i binari fiscali e normativi, e presentare una visione di lungo periodo che il privato possa, semmai, “aggiustare” e co-finanziare. Chiedere alle aziende di fare il primo passo, di investire al buio in nome del coraggio patriottico, significa che il Governo non ha una bussola propria e chiede al mercato di fare da apripista.
Sonni tranquilli
A colpire chi conosce bene l’efficacia comunicativa di Giorgia Meloni non sono state però solo le parole, ma il modo in cui sono state pronunciate. Sul palco di Confindustria è mancata la consueta foga, quella sicurezza assertiva che ha costruito il suo successo politico. Il linguaggio non verbale ha tradito una leader più indecisa, a tratti titubante, meno reattiva del solito di fronte a una platea tradizionalmente esigente.
Qualcosa, nei meccanismi della narrazione meloniana, sembra essersi incrinato. La stanchezza dell’azione di Governo, la mancanza di risorse fresche in vista della manovra e la consapevolezza di non poter più usare lo specchietto retrovisore per dare la colpa a “quelli di prima” stanno presentando il conto.
Per sua fortuna, la fragilità di questa postura da Premier-Candidata si scontra con il vuoto pneumatico delle opposizioni.
Meloni può permettersi il lusso di parlare a Confindustria come se fosse ancora all’opposizione solo perché, dall’altra parte del campo, l’opposizione vera sembra aver dimenticato come si gioca la partita.
L’assenza di contenuti e produzioni in grado di raccontare come Confindustria possa essere un perno dello sviluppo del Paese anche con politiche progressiste, o presunte tali, fa più rumore di una Premier stanca ma ancora in grado di combattere e questo, oggi, fa tutta la differenza del mondo.





