Over and Over Again
Il caso Electrolux ci racconta di una politica focalizzata sull'emergenza, completamente inerte di fronte alle domande sul futuro. Un'analisi su come tutto questo si sia trasformato in astensione.
Sono rimasto impressionato da un video che girava qualche settimana fa in rete. Mostrava un umanoide rimasto a smistare pacchi per 200 ore senza fermarsi mai: un esperimento che doveva essere di poche ore, inizialmente, poi i tecnici hanno continuato, testando il robot che, appunto, è andato avanti per 200 ore filate.
Nello stesso momento in cui usciva questo video, in Italia cresceva la protesta per l’Electrolux. Questa mobilitazione, come tante altre, è stata seguita dalla politica, soprattutto a sinistra, dove qualche settimana fa anche Elly Schlein ha pubblicato un video in difesa degli operai.
Vedere questi due video nella stessa settimana mi ha lasciato sgomento, senza parole, e mi ha fatto riflettere: qual è il vero futuro del lavoro?
Mentre l’industria avanza tecnologicamente e cerca di sviluppare nuovi modi per produrre, la politica sembra rimasta ferma agli inizi del Novecento. I progressisti continuano a difendere - giustamente - i diritti dei lavoratori, ma con sistemi vetusti e senza mai porre lo sguardo verso il futuro, senza mai interpellare chi si occupa di innovazione e sviluppo.
Anche nel 1913 ci furono proteste e scioperi per l’introduzione della catena di montaggio: oggi ci sembra la normalità ovviamente, ma è la rappresentazione plastica di ciò che succede alla forza lavoro con l’avanzare della tecnologia.
Il problema, come al solito, non è quindi la “reazione” ai problemi, ma come “governarli”.
La politica vive da decenni con orizzonti sempre più limitati, sempre più ancorati alla speranza di riuscire a governare e arrivare, sani e salvi, alla fine della legislatura: ma è un cane che si morde la coda, non avendo prospettive, direzioni e visione, la politica si autolimita e non offre a cittadini e lavoratori soluzioni futuribili.
Rimane quindi solo la protesta fuori dai cancelli: bella per la stampa, ma cosa cambia alle persone?
È, ancora più impressionante, è vedere come le persone abbiano accettato tutto questo: in primis una politica che li sostiene ma non gli offre soluzioni strutturali, in secondo luogo - almeno per chi vi scrive - è anacronistico vedere donne e uomini fuori dalla fabbrica in sciopero per cercare di riottenere un posto di lavoro che li costringe per otto ore a compiere lo stesso gesto alienante è, oggi nel 2026, una desiderio a mio avviso improponibile.
Non possiamo prendercela però con gli operai, questo è chiaro.
Se la proposta non arriva dalla politica, cosa resta?
Il leader si Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ha partecipato alle proteste, al sit-in e ha parlato di “capitalismo feroce", ha anche chiesto al Governo di porre fine alla concessione di fondi pubblici a imprese che poi delocalizzano o riducono il personale. Tutto giusto: le sanzioni, le lamentele e il sit-in: ma qual è il futuro del lavoro in Italia?
La stessa richiesta è stata avanzata da Angelo Bonelli, leader di Europa Verde, anche lui ha accusato il Governo e il Ministro Urso di incompetenza, anche lui si è posto al fianco dei lavoratori: ma qual è il futuro del lavoro in Italia?
Giuseppe Conte, intervistato da Paolo del Debbio ha dichiarato che la politica dev’essere sul campo, non deve perdere la faccia. Che il Governo si deve far sentire e mediare, concludendo che gli 800 miliardi per il riarmo dovrebbero servire a “proteggere queste filiere”
Se i politici si fanno avvoltoi di queste situazioni senza proporre una visione nuova del lavoro, dove queste persone possano essere reinserite attraverso la formazione, qualificate per governare le macchine, e dove possano avere più tempo libero, lavorare meno e guadagnare meglio?
Il 18 luglio, scorrendo il mio feed su Instagram, ho scorto Marco Grimaldi a Prato, mentre dialogava con gli operai della ACCA “brutalmente malmenati e sgomberati mentre manifestavano per difendere il loro lavoro e i propri diritti”.
è giusto che il buon Grimaldi partecipi a questa assemblea, meno corretta - a mio avviso - la chiusura del suo post:
Basta caporalato, basta sfruttamento basta violenza.
È ora che lo Stato faccia la sua parte.
Perché oltre a (d)enunciare il caporalato, lo sfruttamento e la violenza, a mio avviso, una forza progressista dovrebbe anche rifuggire da questo tipo di impiego per l’essere umano che, se non è già stato sostituito da macchinari e IA, lo sarà presto.
Un’Italia che investe su lavori manuali, sì, ma di alta qualità e altamente specializzati: la nostra manifattura può tornare a essere competitiva nel settore del lusso o dell’automotive, creando componenti che nessun altro è in grado di realizzare, grazie al nostro know-how e puntando sui nostri giovani che fuggono - oggi - all’estero.
Se la politica non traccia una strada, non pone una visione e non si focalizza su un obiettivo, continueremo così: a stare fuori dalle fabbriche per racimolare pochi like, mentre la tecnologia e l’industria vanno avanti. E molto presto non ci sarà più bisogno né di uomini né di donne, ma solo di automi. Automi che saranno prodotti e governati da menti estere, formatesi dove c’è stata una vera visione sul lungo periodo.
La sinistra italiana oggi dovrebbe sì essere fuori dalle fabbriche, ma non per limitarsi a raccontare quello che accade, come nel video della Schlein. Dovrebbe essere lì per dire agli operai che quando saranno al Governo, troveranno un modo per formarli e ricollocarli, per farli lavorare meno a parità di salario, introducendo una settimana più corta grazie a un lavoro più specializzato.
Corsi di formazione e un’agenda, un Piano, per capire quale obiettivo vuole dare al Paese nei prossimi 15 anni.
La Cina non è divenuta protagonista del nostro tempo per caso, ma attraverso una scelta strategica chiara e sul lunghissimo periodo.
Ecco, se la politica tornasse a parlare di futuro anziché vivacchiare sul passato, probabilmente tornerebbe anche a parlare a una fetta sempre più ampia di cittadini che, probabilmente, non aspettano altro dai loro futuri o futuribili rappresentanti: come sarà al società dei prossimi due lustri? Su cosa si baserà? È legittimo porsi dei dubbi sull’attuale modello di sviluppo, di lavoro, di occupazione?
La triste realtà è che la nostra sia una politica soprattutto emergenziale, dove i politici provano a sistemare le falle anziché prevenirle: è così per la crisi climatica, per l’energia e così lo è per il lavoro. Questo andazzo claudicante ha comportato però un incessante disaffezione tra i cittadini, ne è testimone l’astensione che sta toccando picchi mai raggiunti prima, e allora quand’è che la politica, soprattutto tra i “progressisti”, deciderà di nuovo di offrire profondità? Di mettere in dubbio l’attuale per sperimentare nuove modalità d’ingaggio in tutti i settori?
La domanda principale quindi è mutata nel giro di pochi paragrafi: qual è il ruolo della politica?






